Stefania Pastore

Stefania Pastore, lascia Canosa di Puglia (BAT) per studiare Lettere presso L’Università Sapienza di Roma. Obiettivo: diventare giornalista. Cambia idea e dopo varie esperienze di lavoro, Roma inizia a non dare più risposte adeguate alle sue domande. Dopo 7 anni, a gennaio, torna in Puglia. Da marzo lavora per Atres Factory, per loro realizza reportage raccontando “paesi a modo mio”.

Qui, il suo racconto….

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“Il ritorno. Credo ci siano letterature infinite su i ritorni, reali, immaginati, sperati, auspicati, mancati, negati. Le radici. Si dice che un albero sia più forte quanto più siano forti e ben aggrappate al suolo le sue radici. Con una base solida l’albero riesce con più facilità ad espandersi, ad allungare le sue chiome, a crescere. Se non ci fossero quelle radici l’albero potrebbe tirare avanti per un po’, con l’inganno, l’illusione che l’aria possa bastargli. Ma non durerebbe molto. Quella tra l’albero e l’aria sarebbe una storia superficiale, destinata a fallire. Le radici, quelle si, belle, grosse, contorte, stravaganti, portanti. Alcune volte capita che però la terra si ammali, si distragga per un po’, troppi pensieri, troppe preoccupazioni. – Dai non ho tempo per pensare a te, dice all’albero. E l’albero che fa? L’albero se ne va, prova a trapiantarsi. -Si adesso sto con quest’altra, pensa l’albero. Niente di serio eh, però ci provo. E quello ci prova davvero a farsela andare bene la terra nuova, la sistema un po’ perché assomigli il più possibile alla sua. – Tanto la terra è terra ovunque, così pensa. -Niente, non va, prova a capirmi, ma niente. Mi manca la mia terra, l’odore, il colore, il modo in cui posso affondare le mie radici, mi manca arida, asciugata dal sole, mi manca morbida, quando piove. L’albero ci pensa un po’ su, pensa a quanta fatica deve fare per far si che possa dire: è la mia terra e ne vado fiero. Poi pensa che quella terra è sua madre, che è suo padre anche, sua sorella, sua nonna, sua nipote, sua zia, suo nonno. È sua e quando una cosa è tua devi occupartene. Ci devi almeno provare. L’albero decide di tornare, lui e la sua terra sono andati a convivere. I primi tempi, si sa, sono complicati. Discutono molto. Ma l’amore c’è. Tutto l’amore che c’è.

Questo, riassumendo, è quello che è successo a me e a tanti altri. Guardate, io proprio non me lo ricordavo che volesse dire sentirsi parte di un luogo. È strano, sai che non gli devi spiegazioni. Il tuo luogo se ne sta lì come un vecchietto dietro la vetrina in attesa dei nipotini. Parliamoci chiaro, quando si parla di ritorno e quando questo ritorno riguarda un paesino del Sud Italia, le cose si fanno complicate. Sapete qual è la cosa che più temo, la domanda che più mi mette a disagio, mi disorienta, mi disarma? E tu? Ecco, questo “e”, congiunzione, con “tu”, seconda persona singolare, seguito da punto interrogativo insinuante, è una di quelle cose che mi provoca dolore fisico quasi. Perché in quel -e tu- c’è un sacco di roba: e tu perché sei tornata? E tu il lavoro? E tu il fidanzato? E tu il matrimonio? E tu i figli? E tu la famiglia? E tu? Tu! Proprio tu, quando ti muovi? Eppur si muove! Diceva quello là. E io? Io ritorno e ci provo. Ci provo a dare un senso, a fidarmi dell’istinto, della mia natura. – Sei una tosta, con le palle. Così mi dicono. Ebbene cari, le palle non mi servono. E tu? Chi, io? Io voglio essere una femmina pugliese, con la vagina. La Puglia, d’altronde, è un gran bel pezzo di gnocca.”

Stefania Pastore per BaS

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