BRINDISI. BACK TO THE FUTURE di Davide Di Giorgio

Il nostro primo articolo è la storia del rientro a Brindisi di Davide.
Questo racconto, di circa 6 anni fa, crediamo riesca a racchiudere tutte le sensazioni, le emozioni e i controsensi di noi “Bentornati”, per questo l’abbiamo scelto.
Sarebbe bello sapere il suo punto di vista ora, nel 2015.
Il bilancio del suo rientro si sarà rivelato positivo o negativo?
Attendiamo un tuo nuovo racconto! 

BRINDISI. BACK TO THE FUTURE

Se è vero che partire è un po come morire io credo d’aver esalato il mio ultimo respiro sulla banchina di un binario, il terzo per la precisione…

Bologna, Stazione Centrale , 18/10/2009, ore 01:33.

L’espresso notte “della speranza” , ben noto a tutti gli universitari brindisini fuori sede, è puntuale come non mai. Boia d’un treno!

Lasciatosi attendere per ore nel corso degli anni è ora lì, tirato a lucido, pronto ad eseguire la sentenza che pende sulla mia testa: riportarmi a casa.

Nel mio scompartimento, affianco al marito che russa, c’è un’amabile vecchietta, partita da Milano direzione Bari; cioè Bari è solo una tappa, verrà il figlio a prenderli, poi proseguiranno per Giovinazzo. Quale figlio? Ma come, il più piccolo! Quello di cui mi ha parlato quando ancora ero intento a trovare uno spiraglio di posto per la mia valigia, sacrificata sull’altare della buona educazione, che non ha lasciato spazio alla più ovvia delle domande – Mi scusi signora, ma son tutte sue … queste cinque valigie?!?-

La valigia ora mi fa da poggiapiedi; quantomeno è tornata utile mi sforzo di pensare. Nel frattempo l’amabile vecchietta mi racconta che è stata la figlia ad accompagnarli alla stazione centrale di Milano, ed ha fatto bene perché effettivamente iniziavo a chiedermelo… Ah, a proposito, dice accennando ad un sorriso – Vuole un panino con LA salame? -…

…sarà un lungo viaggio…

Dopo aver gentilmente declinato l’offerta provo a prender sonno, nella speranza che la cosa aiuti a far sembrare meno lungo il viaggio. Come favola della buonanotte sento in sottofondo la voce della signora che mi parla della figlia, stabilitasi oramai da vent’anni a Milano, dei suoi due nipotini, adorabili pesti; è “salita” per star con loro, la figlia e il genero lavorano sempre perché devono pagare il mutuo e non hanno mai tempo per stare con i bambini…

– Ha idea di quanto costi una casa a Milano? –

…ha idea di quanto cos…

Riapro gli occhi che siamo già in Puglia, da poco ripartiti da Foggia. La vecchietta dorme con la testa poggiata alla spalla del marito che continua a russare (è un’entità più che una presenza). Ha un’aria serena, quasi felice, si sarà assopita pensando ai nipoti.

Mi metto in piedi, faccio uno slalom di gambe; mentre dormivamo sono entrati nello scomparto due ragazzi extracomunitari, dormono anche loro.

Una volta in corridoio abbasso il finestrino e ci poggio i gomiti. Il Tavoliere scorre davanti ai miei occhi distratti nella penombra delle prime luci del mattino. Con la testa sono ancora a Bologna: l’Università, le universitarie, le feste, via Zamboni, piazza Maggiore, il movimento studentesco…

Riscopro velocemente che essere arrivati in Puglia non significa essere arrivati a Brindisi. Dopo un paio d’ore e dopo aver facchinato un po’ di valigie saluto vecchietta e marito, che scopro chiamarsi Antonio; Antonio e (possibile che non mi abbia detto il suo nome?) moglie abbracciano il figlio. Penso ci sia un calore quasi eccessivo in quell’abbraccio, in fondo son solo due settimane che non lo vedono.

Con questa immagine nella testa il treno riparte, oramai non manca molto.

Il resto del viaggio scorre veloce, inesorabilmente veloce; man mano che passano i chilometri monta l’ansia e oramai sono facile preda delle mie paure: cosa farò? Come sarà tornare a vivere con i miei? Dovrò cercarmi casa? E le vecchie amicizie?…

Comincio a pensare che non mi sarei mai voluto laureare. Mentre ragiono sul paradossale pensiero intravedo il “Perrino” che si staglia ad un orizzonte oramai vicino.

Prendo la valigia, saluto i ragazzi nello scomparto e m’avvio verso la porta più vicina; dal finestrino scorgo la scritta “Brindisi Centrale”.

La porta si apre, è fatta.

Ad aspettarmi, come sempre, c’è mio padre. Un sorriso, un saluto, si offre di portarmi la valigia, rifiuto e ci avviamo verso il sottopassaggio.

Oramai siamo in macchina e mentre lui mi chiede come sia andato il viaggio io m’interrogo sul perché mio padre non m’abbia abbracciato come quella coppia di vecchietti sul treno ha fatto non più tardi d’un ora fa col proprio figlio.

E’ vero, mio padre non è tipo da eclatanti manifestazioni d’affetto, e a dir la verità neanch’io lo sono né tantomeno ne sentivo l’esigenza, ma che diamine! Son quasi tre mesi che non mi vede!
Puerile nei pensieri ed accigliato in volto faccio ingresso in casa. Mia madre non c’è, è Domenica mattina e da buona cattolica praticante è in chiesa, la qual cosa, senza che ci sia un motivo particolare, mi da fastidio. E non è l’unica. La casa è ordinata, pulita, tranquilla, come sempre; forse è proprio la sensazione che qui il tempo si sia fermato a rendermi nervoso.

Non ho voglia di parlare, tantomeno di disfare la valigia. Devo uscire, mi manca il respiro. Prendo la giacca e con un finto sorriso, dico che ho voglia di fare due passi, giusto per sgranchirmi un po le gambe dopo una nottata passata in treno.

Finalmente sono fuori. Non me ne ero ancora accorto ma è una bellissima giornata, sono da poco passate le nove e c’è già un sole caldo. L’autunno non sembra ancora essere arrivato da queste parti.

Dopo un breve sollievo però torna a montare l’ansia. La mia casa è lo specchio della città. Tutto tace, tutto è tranquillo, tutti paion esser sereni. Tutti, tranne me. Mi sento un pesce fuor d’acqua.

Dopo aver passeggiato vicino casa per un po’, provando vanamente a razionalizzare e a calmarmi, decido d’andare in garage. Dovrebbe esserci ancora la bici che usavo per andare agli allenamenti quando frequentavo il Liceo. Chissà se è ancora utilizzabile.

Gomme a terra e quattro-cinque strati di polvere a parte, testimoni della fedeltà che l’amata nonché sgangherata “graziella” ha tenuto nei miei confronti, tutto sembra essere in regola, o quantomeno funzionate.

Mi tolgo la giacca, dovrebbe esserci un gonfiatore da queste parti – Eccolo, perfetto! -. M’inginocchio, tratto la mia vecchia graziella con la stessa gentilezza con cui ho trattato la vecchietta del treno; la sua “taciturna” presenza però è di gran lunga più gradita. Dopo aver gonfiato le ruote prendo uno straccio trovato nella cassetta degli attrezzi di mio padre; è un po’ unto d’olio d’auto, ma assolverà ugualmente al suo dovere.

Inizio a svecchiarla. Ha pagato a caro prezzo la sua fedeltà.

Sarà la tremenda voglia di sentirmi in sintonia con qualcuno o qualcosa in questo posto, ma a me sembra che mi sia riconoscente.

Terminata l’opera di restauro per un attimo mi fermo a guardarla, orgoglioso. Non è una di quelle belle e, restauro a parte, gli anni passan per tutte; ma ha fascino e grinta. Proprio quel che mi ci vuole.

Monto su e in men che non si dica son per strada. Non ho la più pallida idea di dove andare, mi lascerò guidare dall’istinto, dalla strada.

Senza rendermene conto mi ritrovo nei paraggi della chiesa di San Vito. La Santa Messa è appena finita e si è formato il solito capannello di signore e bambini sulle scalinate e sul marciapiede antistante il portone. C’è un gran vociare e nella folla riconosco mia madre e mia zia, intente a discutere di qualcosa con altre tre signore.

Non mi avvicino. E’ bellissimo rivedere mia madre, ma non voglio che lei veda me. Più tardi la abbraccerò come si deve, ora ho solo voglia d’esser spettatore. Di cosa neanch’io lo so; in fondo non sono esattamente un fervente cattolico, e per di più ho sempre aspramente e poco democraticamente criticato mia madre per la sua assidua frequentazione.

Quel che so è che questa scena è riuscita a strapparmi il primo sorriso di giornata.

Attento a non farmi vedere proseguo con la mia passeggiata lasciandomi alle spalle mia madre e mia zia che s’incamminano. Non ho bisogno di vedere dove stiano andando, lo so già. Il bar Dalmazia non è lontano e le paste della Domenica sono già state ordinate. E’ il secondo sorriso della giornata.

La pedalata è oramai più sciolta ed ha più brio; sto ritrovando facilmente confidenza con “Graziella”. Sono all’incrocio che potrebbe riportarmi a casa., un attimo di impasse e imbocco per il cavalcavia De Gasperi. Non è ancora il momento di rientrare.

Una manciata di pedalate e sono in centro. E’ semi-deserto. Brindisi dorme ancora. Solo qualche vecchietto che sfoglia il giornale al bar e qualche signora che s’avvia verso casa, reduce anch’essa dalla Messa domenicale.

Lentamente percorro Corso Roma. La strada è in leggera discesa, proseguo zig-zagando senza pedalare.

Le serrande dei negozi sono abbassate, anche qui in centro la pace regna sovrana; m’accorgo però che la cosa non mi dà fastidio come appena uscito da casa, anzi. Per un attimo questo pensiero mi spaventa; penso che ho già deposto le armi, che mi sto adattando, rassegnando. Ma a cosa? A chi?!?

Forse son partito un po’ prevenuto. Mai cercare negli occhi di una donna ciò che hai già amato di un’altra. Impara ad amare nuovamente.

Bologna e Brindisi sono due donne completamente diverse, ma il fascino di questa serafica e solare mediterranea comincia a conquistarmi.

Un vociare un po più chiassoso mi desta dai miei pensieri. Sono di fianco la statua di Cesare Augusto Imperatore, ai piedi della breve salita di piazza Anime che porta all’omonima Chiesa. Le voci provengono proprio dal piazzale in cima alla salita, ma da un altro luogo di culto, pagano in questo caso. L’agenzia delle scommesse.

Piccola scarpinata e son da quelle parti, stavolta però non ho nessuna voglia di restar lì a guardare, rimbocco i pedali e mi lascio il vociare alle spalle.

Ora sono io che cerco la tranquillità.

Ancora qualche colpo di pedale, svolta a sinistra e sbuco in via Lata. Anche questa è deserta ma in fondo scorgo qualcosa. Mi sento come un’assetato nel deserto che crede d’aver intravisto un’oasi. Faccio la stessa cosa che farebbe l’assetato; corro verso l’oasi.

Aumento la frequenza delle pedalate, nella foga sulla sinistra intravedo la bellissima chiesa di San Lucia; ora però non ho tempo per fermarmi, ora sto inseguendo la mia oasi. Un’altra manciata di palpitazioni e mi fermo di botto: eccola lì la mia oasi! Non era un miraggio, è tremendamente vera.

Credo che ognuno abbia la propria oasi nel deserto. Desiderata, sognata, divenuta illusione e poi miraggio, sino al momento in cui te la ritrovi davanti agli occhi e fai fatica ad ammettere a te stesso che sia vera perché hai quasi paura di vivere quel momento così tanto agognato. Finalmente t’arrendi, e la senti tua.

Per qualcuno l’oasi nel deserto potrà essere una bella donna, una macchina sportiva o un posto di lavoro.

La mia è una splendida distesa di mare, carezzata dalla luce dorata di un sole autunnale che si rifiuta d’esser pallido e stanco come il collega che vive al nord.

A rovinare il panorama ci sono dei capannoni industriali che si stagliano all’orizzonte; ma non ho nessuna voglia di farmi rovinare il panorama, né tantomeno un momento aspettato così a lungo.

In men che non si dica rimonto in sella, faccio inversione, mi fiondo nella discesa che porta in via del Mare e una volta lì torno a martellare sui pedali.

Mi sento come Jesper Skibby in quella famosa “sparata” alla Tirreno – Adriatica divenuta sigla del Giro d’Italia dei primi anni novanta. E’ come se sentissi anche il trionfale finale del “Nessun dorma” cantato da Pavarotti che accompagnava quelle immagini.

Sulle ali dell’entusiasmo arrivo alla fine di via del Mare, costeggio i giardini e svolto su viale Regina Margherita. Rapidamente dal viale passo alla banchina, per stare più vicino al mare, per sentirne l’odore.

Smetto di pedalare, smetto di pensare e se non sapessi che è un riflesso incondizionato giurerei d’aver smesso anche di respirare. Sono in contemplazione. Niente ora può rovinare questo splendido panorama.

L’inerzia della pedalata finisce, la bici si ferma, poggio il piede sinistro per terra, destandomi dallo stato di trance in cui versavo.

Senza rendermene conto sono arrivato sino ai piedi della scalinata di Virgilio, alla cui sommità son poste le Colonne Romane, simbolo della città.

Attraverso la strada, scendo dalla bici e salgo in cima alla scalinata, due gradini alla volta, come mi divertivo a fare quando da piccolo ci venivo a mangiare il gelato con mio padre.

Una volta su torno a guardare verso il mare, stavolta in modo cosciente. Penso che poche città possano permettersi il lusso di un simile scorcio. Mi sento parte di una cartolina.

A nord ovest rispetto alla mia visuale, sull’altra riva del porto, si erge il Monumento al Marinaio d’Italia, eretto in memoria dei marinai italiani caduti durante le battaglie della Grande Guerra e raffigurante un timone alto una sessantina di metri.

Un po più lontano all’orizzonte nord lo splendido Castello Alfonsino, più comunemente denominato dai brindisini “Forte a Mare”, roccaforte d’epoca Aragonese con caratteristico porticciolo interno.

Siedo su uno scalino e resto a guardare questa cartolina animata per un tempo indefinito.

Il fragore delle campane della Cattedrale  mi restituiscono alla realtà; l’annuncio dell’ennesima Messa domenicale mi ricorda che sono in debito d’un abbraccio con mia madre. E’ giunta l’ora di tornare a casa.

Scendendo per le scale, direzione bici, ho un’improvviso fremito, come un’illuminazione. I simpatici vecchietti del treno, il loro caloroso abbraccio al figlio. Forse non si tratta d’esser genitori o figli, a riabbracciare è chi torna, perché stringendo a sé un proprio caro non s’abbraccia solo una persona ma ci si riconcilia con la propria terra, che probabilmente non avremmo mai voluto lasciare. Ora capisco tutto quel calore, il mancato abbraccio di mio padre ed il mio…ora ne ho una tremenda voglia!

Percorrendo gli ultimi scalini non posso far a meno di pensare che alle mie spalle ci sono le Colonne Romane. Qui una volta finiva la via Appia, oggi forse riparte una nuova vita per me.

Monto su in sella e m’avvio verso casa; una volta arrivato sulla salita di piazzale Lenio Flacco mi volto un’ultima volta a guardare il panorama del porto. Due o tre secondi, giusto il tempo di scattare una fotografia mentale da mandare a memoria e riparto sui pedali.

Recentemente va di moda dire che chi va al sud piange due volte, quando arriva e quando riparte.

Io ho appena scelto di piangere una volta sola…

Davide Di Giorgio

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